Reggio Emilia - La piazza nella nostra epoca ha smarrito la sua funzione sociale. E' diventata deserto o luogo di passaggio soppiantata da modalità di dialogo e di incontro diverse e virtuali che hanno allontanato dalla modalità di incontro concreta e personale. Perdendo la sua funzione sociale ed aggregativa si svuota manifestando, nelle opere fotografiche di Silvio Zangarini, una condizione di solitudine e di alienazione proprio del nostro contemporaneo.
Per l'edizione 2012 di Fotografia Europea l'artista torinese, classe 1971, presenta il progetto Deserti di Pietra. Laureato in filosofia, Zangarini vive e lavora tra Torino e Aarhus, in Danimarca. (Nella foto, Gesù Nuovo, Napoli, 2012, Stampa Lambda su Dibond)
Lecce - "Ti guardo, amico caro, attraverso il mio pezzo di vetro; e ti chiedo di frapporre, tra l'immagine che hai di te e l'immagine che avrò di te, quest'altro pezzo di vetro affinchè ti possa servire come il bracciolo della sedia, il ventaglio o il libro, o la corona del rosario o la sciabola, quel trovarobato, insomma, dei ritratti del bel tempo che fu. E ti chiedo, pure, di utilizzarlo come complemento del tuo viso, come un ricciolo, una ruga, una sigaretta, un improvviso tic, un vezzo". Maestri della fotografia mondiale visti attraverso una lente. Bernard Plossu, Chiara Samugheo (nella foto a sinistra), Ferdinando Scianna, Francesco Cito, Gabriele Basilico, Gian Paolo Barbieri, Gianni Berengo Gardin, Giovanni Gastel, Maurizio Galimberti, Letizia Battaglia, Mario De Blasi, Robert Frank, Massimo Vitali, Rino Barillari, Ernesto Bazan, Tano D'Amico, Nino Migliori, Francesco Zizola, Joe Oppedisano, Mimmo Jodice... artisti dell’otturatore e del diaframma, disposti a reggere un pezzo di vetro come fosse la lente cristallina del loro occhio, protesi distaccata dal loro corpo come in un film di Bunuel.
The Magic Eye presenta fino al 29 aprile le opere di Knulp Malevich presso Le Officine Cantelmo in collaborazione con FotoScuolaLecce.
Milano - “Se ci sono i fotografi una guerra diventa reale’” scriveva Susan Sontag. Con I demoni di Ivo Saglietti (a cura di Manuela Gandini e Andrea Dell'Asta) presso la galleria San Fedele a partire dal 15 marzo, in mostra il dolore e l’orrore del conflitto balcanico insieme ad i resti e gli effetti del genocidio. Migliaia di bare tutte uguali in un grande capannone, contrassegnate solo da un numero, sono in attesa di sepoltura dopo sedici anni di ricerche.
L’11 luglio 1995 le truppe del generale Ratko Mladic’ e i paramilitari di Arkan, sotto gli occhi inermi e complici del contingente olandese di pace, deportavano e uccidevano l’intera popolazione maschile dell’enclave musulmana di Srebrenica. Ottomila, tra uomini, ragazzi e bambini, venivano uccisi e buttati in una settantina di fosse comuni.
La città rimase abitata solo da orfane e vedove dal foulard stretto attorno al capo. Negli anni dell’assedio bosniaco, Ivo Saglietti (Tolone 1948) documenta la guerra in presa diretta.
Fotoreporter di agenzie francesi e americane, gira con gli stivali sporchi del fango dei luoghi più feroci e vulnerabili del pianeta: Salvador, Nicaragua, Cuba Libano, Haiti, Uganda, Uzbekistan, Palestina.
Come in una missione è testimone della storia. Dal 1996, l’International Commission of Missing Persons, (ICMP), organismo composto da patologi, genetisti, tecnici, medici legali di tutto il mondo, analizza e ricompone le ossa di chi ha perso, oltre alla vita, la propria identità. In una delle foto di Saglietti una luce illumina due donne chinate sulla bara di chi hanno amato.
La desolazione asettica del luogo, nella alienante ripetitività della morte, crea un dolore ancora più acuto.
Con intesa umanità, Saglietti accoglie nella sua pellicola la sofferenza del mondo dandogli asilo. E coglie la sospensione degli anni che una collettività buona sta trascorrendo nella certosina ricostruzione dei corpi al fine di restituire un nome a ciascuna vittima.
Vincitore per la terza volta del World Press Photo, con gli scatti di Srebrenica, Saglietti dichiara: “Dare un nome alle vittime significa anche poterlo dare ai criminali”.
Roma - Alla lunga lista di reporter morti in guerra si e’ purtroppo aggiunto negli ultimi giorni un altro nome, quello del francese Gilles Jacquier. Questa volta e’ successo in Siria, ma ovunque ci sia una situazione di conflitto un inviato di guerra sa di rischiare la propria vita per un lavoro che non e’ solo un lavoro, ma una missione, perché attraverso i loro racconti, giornalisti come Jacquier alzano il velo sulla depravazione della guerra costringendo il resto del mondo a non voltare lo sguardo. Proprio alla fotografia di guerra è dedicata, ancora per pochi giorni, l’esibizione Ombre di Guerra, al museo dell’Ara Pacis di Roma. Novanta fotografie, a partire dalla guerra civile spagnola nel 1936, data che inaugura l’era del fotogiornalismo moderno. (Clicca sulla foto di Lynsey Addario per vedere il video The Human Cost of War)
I reportage di guerra, come quelli bellissimi e tremendi della guerra del Vietnam pubblicati da riviste come Life, svolsero un ruolo molto importante non solo nel documentare un conflitto, ma soprattutto per l’influenza che esercitarono sull’opinione pubblica. Diceva Susan Sontang che “una fotografia non può costringere. Non può svolgere il lavoro morale al posto nostro. Ma ci può mettere sulla buona strada.”
Proprio come accadde negli Stati Uniti, dove le fotografie di reporter come Larry Burrows, Henry Huet o Eddi Adamo, mutarono l’atteggiamento generale sull’intervento militare in Vietnam. Dopo il Vietnam, difficilmente altri conflitti riceveranno la stessa copertura, perche’ i governi, imparata la lezione, hanno con metodi diversi o proibito o scoraggiato la presenza di giornalisti nelle zone di conflitto, come per esempio e’ avvenuto in Iraq.
Dunque, molte le fotografie sulla guerra in Vietnam, l’ultima che vide una massiccia copertura mediatica, assicurata dalla presenza sul luogo dei foto-fotoreporter, che dividevano il campo di battaglia insieme alle truppe, con la macchina fotografica in mano sempre pronta ad immortalare l’attimo destinato a passare alla storia.
Mitica figura del foto-reporter, come lo furono Larry Burrows e Henry Huet di cui è possibile vedere in mostra esempi del loro lavoro in Vietnam. L’uno americano, l’altro francese, entrambi inviati della rivista Life, incontrarono la morte nel 1971 mentre viaggiavano insieme su un elicottero al confine col Laos.
Mentre di Eddi Adamo è esposta la celeberrima fotografia “Il generale Nguyễn Ngọc Loan”, che ritrae Nguyễn Ngọc Loan, generale della Repubblica del Vietnam, mentre giustizia, puntandogli una pistola alla tempia, un prigioniero Việt Cộng. Immagine terribile, perchè congela l’attimo in cui il colpo viene esploso ed il viso del prigionerio si deforma in smorfia, ma contemporaneamente simbolo della potenza della fotografia come mezzo espressivo. Successivamente, Adamo dichiarò al Time: “Il generale uccise il Viet Cong; Io uccisi il Generale con la mia macchina fotografica.”
L’esposizione non risparmia nulla allo spettatore; la veglia funebre in Kosovo di Merillon sembra una composizione caravaggesca, con le donne in lacrime attorno al corpo del militante kossovaro. Ancora, il miliziano ripreso da Robert Capa colpito a morte nella guerra civile spagnola, le fosse comuni della Bosnia nelle foto di Gilles Press, la guerra nel Libano di Paolo Pellegrin.
Un percorso impegnativo, tanto che a tratti si abbassa lo sguardo per non farsi sopraffare. Non c’è però nessuna ostentazione o vojeursimo del dolore. Anzi, i curatori, Alessandra Mauro e Denis Curti, hanno scelto una serie rappresentativa di opere per offrire al visitatore una lettura critica e contestualizzata del foto-giornalismo.
“La forza dei fotografi di guerra risiede proprio nel fatto che non si girano dall’altra parte – al contrario, si impegnano nel mostrare situazioni che devono essere corrette. Il senso del loro lavoro si rintraccia nella necessità di partecipazione diretta alle vicende che raccontano (come Robert Capa, che sosteneva che “se le tue foto non sono abbastanza buone, vuol dire che non sei abbastana vicino”), nella volontà di andare in fondo a un fatto giornalistico, nella scelta consapevole di scattare, di mostrare, di raccontare, di denunciare.” Spiegano i curatori della mostra.
La forza appunto delle immagini che rivelano quanto se non più delle parole. Ci parlano le pieghe del burqua della donna ritratta dal fotografo James Nachtwey mentre piange sulla tomba del fratello in un cimitero desolato dell’Afghanistan. Pieghe così perfettamente definite da sembrare scolpite nel marmo da una mano rinascimentale. Mentre James Nachtwey ci racconta una delle più grandi tragedie delle storia recente, la guerra civile in Bosnia, attraverso l’ interno di una camera da letto.
Palermo - Lo Spazio Cannatella e la sua prima personale.Dopo aver accompagnato e sostenuto giovani artisti nella loro crescita professionale e personale, attraverso collettive stabili e collettive itineranti, con scambi con altre realtà locali, lo spazio accudito e sostenuto dagli sforzi di Tiziana Pantaleo presenta la mostra di Giacomo D'Aguanno, curata da Alessandro Bazan.
I 30 scatti inediti de "La città perduta” mostrano la fragilità e la complessità della città di Palermo, “silenziosamente violentata, irrazionalmente indifesa, che malinconicamente tenta di ritrovarsi”. Giacomo D’Aguanno, nato a Palermo nel 1961, si è occupato nel corso degli anni di fotografia pubblicitaria, industriale, di tematiche sociali inerenti alla città di Palermo.