Milano -Attraverso l'analisi della pratica teorica ed espositiva della coppia di critici americani Collins&Milazzo che, in risposta alla sfida culturale portata dal Neo-Espressionismo europeo nel mondo dell'arte rimodularono per un' intera generazione di artisti statunitensi l'arte concettuale, un libro che individua il sorgere e il formarsi di un linguaggio figurativo originale e alternativo agli stilemi espressionistici e alle istanze ideologiche dell'arte impegnata. Viene presentato giovedì 15 dicembre presso Whitelabs (via Tiraboschi 2/76) La Retorica dell'Arte Contemporanea di Gian Carlo Pagliasso. Interverranno, oltre all'autore, Gérard-Georges Lemaire, scrittore, critico d'arte docente dell'Accademia di Belle Arti di Brera e Nicola Davide Angerame, critico d'arte e curatore. L'arte concettuale viene trattata nel saggio come un linguaggio non timoroso di confrontarsi con le problematiche del Post-Strutturalismo francese, della filosofia Analitica anglosassone e con la senescenza delle correnti del marxismo internazionale, che ha contribuito ad indirizzare la ricerca artistica verso una forma di espressione ibrida o 'astrazione critica' antirappresentativa, la cui retorica - incentrata sul depotenziamento dei tropi ed esaltazione delle figure di forma e di contenuto - è stata capace di dare coerenza estetica figurativa alla transizione storica occorsa tra la fine del Comunismo 'reale' e l'avvento dell'imperio globalizzato del capitale liberistico.
Milano- Il rapporto tra etica ed estetica è il tema dell'incontro di giovedì 24 novembre (ore 18:00) presso la Fondazione Stelline (Sala Pirelli). Una conferenza di Luigi Zoja, psicanalista junghiano (già presidente della IAAP), parte del ciclo La memoria da ricostruire. Arte e nuove esperienze del sapere, curato da Rachele Ferrario, che presenta diversi relatori, filosofi e artisti, ma anche neurobiologi e psicoanalisti, chiamati a interrogarsi su come i nuovi mezzi tecnologici stanno cambiando e, in alcuni casi, hanno già cambiato la nostra percezione nell’uso delle immagini, dei simboli e del linguaggio.
Firenze - La storia del teschio nell'arte dell’Occidente e dell’Oriente, dalla preistoria attraverso il Medioevo e dal Seicento fino ai primi anni del Terzo Millennio con specifici approfondimenti sulla grande proliferazione del macabro nella cultura europea, su come lo spazio della vita e il tempo della morte convivano in città come Napoli e Palermo e sulla diversa concezione della morte in Messico e in Cina. Da un’idea originaria di trattamento del tema del teschio nell’arte contemporanea, Alberto Zanchetta amplia l'orizzonte nel libro "Frenologia della vanitas. Il teschio nelle arti visive" (Johan & Levi Editore) con un'indagine pari ad una ossimorica “cronistoria non cronologica”. Un’analisi trasversale, in cui letteratura, musica, teatro, si intersecano all’arte figurativa per tracciare il quadro della resa artistica del teschio nel tempo. Molteplici le espressioni prese in considerazione: graffiti, pittura, scultura, fotografia, video, fumetti, radiografie, e gli enigmatici teschi di cristallo di rocca precolombiani. Oltre cento artisti presi a esempio per illustrare le trasformazioni del teschio nella sua rappresentazione: da Marina Abramovic a Basquiat, da Cézanne a Dalí, fino a De Dominicis, Gligorov, Hirst, Frida Kahlo, Klimt, Warhol, solo per citarne alcuni. Uno stile sempre ironico che alleggerisce il tema e ripara il lettore dalla sua gravità. Del resto Zanchetta cita Stendhal che aveva nutrito l’idea che l’arte fosse una promessa di felicità, e si mantiene nei toni, non nell’argomento, mosso da questa spinta ideale.Alberto Zanchetta è critico d’arte e curatore indipendente. Dal 2007 insegna Storia dell’Arte alla LABA di Brescia. Nel 2006 ha pubblicato il pamphlet Antologia del Misogino e nel 2007 il saggio Humpty Dumpty Encomion.
New York - Noi italiani sappiamo benissimo distinguere fra un Piemontese e un Calabrese: ne vediamo tutte le differenze, a cominciare da quelle linguistiche che pure appartengono a una stessa lingua. Al contrario gli "immigrati" sono un corpo unico, in cui difficilmente riusciremmo a distinguere differenze che non siano evidenti. Questo tipo di visioni dividono semplicisticamente il mondo tracciando muri e confini. Di qualunque tipo siano, da qualunque colore politico provengano, hanno il difetto infinito di ridurre i vari attori, individui o collettività che siano, a masse amorfe di cui si intravedono a malapena i confini (si parla di Terzo Mondo, ma da chi e cosa è formato? Cina e India fanno parte del Terzo Mondo? E l'Africa sub-sahariana?). «L'identità può anche uccidere, uccidere con trasporto» è l'ammonimento Amartya Sen (premio Nobel per l'Economia nel 1998) ne "Identità e Violenza" (Laterza, 2006). Attraverso quali forme di relazione si può quindi immaginare una società migliore? A partire da questa domanda, Valerio Rocco Orlando, artista italiano in residenza all’International Studio & Curatorial Program di Brooklyn nel 2010, martedì 2 agosto (ore 18:30 - 20:30) condurrà una conversazione, con il pubblico e con gli attuali artisti in residenza all’ISCP, sui temi della relazione tra identità individuale e collettiva e della consapevolezza della comunità. Una selezione degli interventi emersi durante questo incontro verrà inclusa nelle prossime edizioni del libro d’artista Endless.
Milano - «Occuparsi oggi di Pasolini pensatore politico significa anzitutto ricordarne e ammirarne la preveggenza. (...) Un pensiero politico, quello pasoliniano, utile anche per comprendere meglio il presente, e da utilizzare come quadro concettuale in base al quale ipotizzare possibili scenari futuri per la sinistra». Giorgio Galli, politologo e saggista, introduce con queste parole il suo libro Pasolini. Comunista dissidente (Kaos Edizioni, Milano 2010), una suggestione da cui trae origine l'incontro presso lo Spaziocorale con l'artista Adrian Paci che nel corso degli ultimi anni, ha realizzato diversi lavori sul grande regista e scrittore e critico della cultura. Tra cicli di dipinti, disegni e un ambiente dal titolo Cappella Pasolini, Paci racconterà il proprio rapporto con Pasolini, attratto da quel tipo di umanità che rappresenta nei suoi film, «un'umanità antica e vivace, allo stesso tempo sacra e profana, giocosa e tragica» (Reset, n. 117, 2010)