Roma - È una mattinata grigia quella che ci vede ospiti dello studio di Andrea Bezziccheri in arte (non la settima) Franco Losvizzero, il cielo plumbeo sopra di noi a caratterizzare un clima surreale in perfetta linea con le opere che ci verranno mostrate. Iniziamo con un breve excursus di quella che è la sua carriera per capire al meglio come un così eclettico e poliedrico artista che si è cimentato in ambiti come pittura, scultura, performance sino ad approdare alla regia, riesca a mantenersi coerente con la sua opera, grazie al “sentire” ciascun lavoro come parte di sé. Ciò per far sì che, nonostante sperimenti tecniche in ambiti sempre nuovi, effettuando una continua ricerca sotto tutti i fronti, egli riesca a mantenere i propri tratti caratterizzanti e caratteristici. Intervista di Olivia Fanfani
Venezia - Materiali sontuosi. Vorrei vederli nelle case della nostra classe media, così “tirata” dentro e fuori per il disastro dei risparmi (solo all’inizio) e l’incertezza (anche fisica, vedi Londra) per il futuro. Iconologie auliche e sinistre. Quanto mai inadatte a momenti di depressione come questi, in cui i più fortunati scovano dentro di sé finalmente i semplici valori umani di sempre e i più sfortunati stanno a osservare attoniti i loro valori materiali che deperiscono e deperiranno. Segni di potenza cessata. La grandezza dell’economia occidentale e dell’America nel senso di U.S.A. (bello, poter finalmente specificare!) che si ritira nelle cripte delle lobby ove si officiano i riti della decomposizione e del consumo autofagico, come l’Arc du Triomphe napoleonico ha campeggiato in metafora sul Canal Grande. Può bastare. Anche Hauser non avrebbe avuto bisogno di più di questo per qualificare l’esposizione di Barry X Ball a Cà Rezzonico, tempio della più meravigliosa decadenza della storia umana, il XVIII secolo di Venezia.
Caso o necessità? C’è da ridere.
Caso, perché quando la mostra è stata programmata non era chiara la fine della più recente Veneziuccia (la superpotenza statunitense) e del suo simbolo eclatante, l’economia capitalistica e le sue valute nauseanti.
Necessità, perché tutto quadra. Il progetto xballiano trova coerenze ed ecco uno scultore magistrale, avveduto di tecnologie e stilemi, materiali e forme, agonizzare felice in compagnia della grande e dolce agonia del Serenissimo esempio veneziano di civiltà umana.
Tutto quadra. Un museo che serra i battenti appena dopo la pennichella del turista rifocillato a due passi da lì con le delizie dell’adriatico, che rinchiude al più presto (“Quelle snobisme, mon Dieu!”) le bellezze provocanti del settecento veneziano per consentire loro, nella penombra e nel silenzio, di consumare amplessi grotteschi con quasi-teschi semi-cariatidi e altre sinistrità xballiane e soddisfare così il voyeurismo di rari custodi e donne delle pulizie…
Decadenza.
Per fortuna Venezia resiste ai veneziani. Ma bisogna avere pietà delle nemesi storica di questi ultimi, dopo più di un millennio di inarrivabile bellezza e benessere e istituzioni: trovarsi deportati in lager urbani per “futili motivi” (un’industria che nasce irrecuperabile a Marghera; una città automobilistica che piacerebbe a Jarry, Mestre, teatro della crudeltà urbanistica) non favorisce certo la programmazione dell’intrattenimento… E nemmeno la realizzazione delle infrastrutture: ma santissimi Marco e Teodoro, Gesù Cristo, Cacciari, come si può lasciare che un Calatrava (!) sbagli sul suo ponte “il passo” diffuso su oltre mille ponti veneziani? Non calcoli il bradisismo?
Ci fa male dirlo e ancor più saperlo. E, per quanto riguarda Barry X Ball, anche lui ha trovato il suo habitat perfetto, nella perfezione della decadenza settecentesca di Venezia. E perciò è certamente una delle più belle mostre che abbia visto negli ultimi anni. Gravida di modernità dei significati, un invidiabile esperienza sulle somiglianze di come finiscono certi mondi, tra cui il nostro.
Ora che Ludovico Corrao è stato strappato alla vita in questo modo così crudele capisco ancor più il senso tragico di quell'affermazione di Luis Ferdinand Céline che nel suo "Dottor Semmelweiss" scrisse che "Niente è gratuito a questo mondo. Tutto si espia. Il bene come il male si paga prima o poi; ma il bene è molto più caro, per forza. Si paga tre volte tanto".
Ludovico Corrao ha pagato tutto il bene in una volta, in un colpo solo, il prezzo della sua leggenda, del suo amore e del rispetto per tutte le culture, della sua straordinaria intelligenza. Nel mondo d’oggi queste sono “colpe” che si “perdonano” solo ai santi e Ludovico, per fortuna, non lo era perché tutta la sua risorsa di umanità è bastevole a fare da viatico per qualunque viaggio egli si preparasse già a compiere nella sua ultima fase della vita già piena di sofferenze ma ancora desiderosa di arte e di dialogo di nuove visioni da offrire al mondo.
Il cognome del giovane che lo ha colpito è Islam: non ci rimane che la magra consolazione della nemesi, una nemesi capovolta, però. Solo un modo per riempre il vuoto col vuoto. Perché in ogni caso della sua assenza siamo costretti a farci una ragione, specie noi artisti che vedevamo in lui, nella Fondazione Orestiadi (e ancora oggi nei tanti amici che vi lavorano ed operano) un presidio di libertà, un asilo anche politico e creativo che ci faceva sentire parte di un grande progetto che andava oltre la semplice dimensione personale della perdita e del guadagno e ci assorbiva in una più ampia dimensione di utopia.
Tutti gli onanisti forzati del gossip nero dovranno faticare un bel po' per tentare di sporcare, senza riuscirci, la vita di Ludovico Corrao. E' una pratica ricorrente.
Leggo e scorro le dichiarazioni di certi (troppi) ventriloqui della politica. Se non fosse per gli stati d'animo, potrei dire che sono le sole note "comiche" o grottesche che si riescono a leggere in queste pagine di quotidiani e anche sul web.
La prossima rivoluzione, non meno importante delle precedenti: la Rivoluzione dell’Immaginario che ha come Capitale Venezia.
E a Venezia c’è oggi Permanently Becoming and the Architecture of Seeing, una In Permanente Divenire Architettura del Vedere (mi permetto di tradurre), in cui l’opera di Julian Schnabel firma, innocentemente, un evento epocale: la scoperta del particolare delicatissimo filo d’Arianna che guida l’uscita dal labirinto dalla mutante e ruminante Contemporary Art. La scrivo così, nella lingua che meglio la esprime, perché quell’arte è figlia della grandezza dell’America.
Leggerla, insieme agli altri orizzonti prodotti dal sole che circola intorno a questa terra mal globalizzata, ci dona una nuova percezione di fuso e di ora rispetto a quella di Londra, perché il vecchio-nuovo fuso estetico targato USA è tanto ampio quanto i diversi fusi che attraversano la sua orizzontalità geografica. Ed è così diverso dall’antico meridiano di Greenwich con le sue certezze di unicità, l’antica ora che era anche di Parigi e Roma quasi ancora di Madrid e Berlino (quest’ultima, carissima vittima della rotazione e oggi risorgente).
Ormai è tempo di superare quell’arte, cristallizzata come il salnitro sui mattoni rossi affacciati sull’Hudson, impossibile come la prosecuzione della ferma pietra di Manhattan nelle stalagmiti umanifore di Midtown e Battery Park.
Venezia - "Un padiglione molto abbondante che rappresenta molto bene l'Italia di oggi perchè ci si entra solo se si è raccomandati da qualcuno". Non ha peli sulla lingua Philippe Daverio, commentando il Padiglione Italia curato da Vittorio Sgarbi. In Biennale con la sua troupe di Passepartout, il critico francese naturalizzato italiano non le manda di certo a dire.
"Sono tutti insieme, belli e brutti, in una mostra popolare e trasversale, un'ecclesia (comunità) dove sono tutti felici, partecipanti e famiglie, come nel giorno della pesca di beneficienza alla festa del patrono. E' una mostra che fa capire come si fa strada in Italia e per questo è il padiglione antropologicamente più corretto che abbia mai visto in vita mia".
Ma la Biennale non è solo (e per fortuna) l'Italia. L'esposizione internazionale ha lasciato mediamente soddisfatto l'istrionico conduttore. "Ho molto apprezzato il padiglione Turco di Ayse Erkmen che rappresenta la voglia di essere protagonista e di presentarsi come un paese avanti e di frontiera. E poi quello Coreano di Lee Yongbaek che, realmente cattivo, risolve il rapporto forma-contenuto in maniera orientale, a tutto vantaggio del contenuto". Divertito dall'installazione del carro armato - tapis roulant di Allora e Calzadilla (Padiglione americano) "perchè agli americani i carri armati piacciono molto e noi dobbiamo stare attenti", il critico stronca invece quello tedesco di Christoph Schlingensief premiato con il Leone d'oro per la migliore partecipazione nazionale: "Un padiglione stupido come sanno essere stupidi i tedeschi quando diventano fideistici. Popolare, che va bene per questa biennale".