Catanzaro - Il senso della trasfigurazione del corpo umano nell'era della tridimensionalità.
Enormi volti e busti ritratto solo apparentemente reali che nella loro distorsione, compressione o allungamento, evocano le possibili caratteristiche della fotografia, della televisione o dell'immagine digitale ritoccata.
Se il principio evoluzionistico senza ritorno insito nella tecnologia è quello di giungere ad una perfetta replica del reale,Evan Pennyplasma l'oggetto e reinventa le immagini sottraendole ad ogni forma di riconoscibilità immediata.
Il suo realismo visionario, psichedelico e titanico si può ammirare in più di quaranta sculture esposte al Marca nella prima grande mostra monografica italiana dedicata all'artista sudamericano dal titolo Re-Figured, a cura di Daniel J.Schreiber, direttore della Kunsthalle di Tubingen e Alberto Fiz. Nel suggestivo spazio espositivo spiccano opere realizzate in gran parte nell'ultimo decennio, come i giganteschi Aerial#2 (nella foto) o Stretch#.
Napoli - Il Museo d'arte contemporanea Donna Regina, noto ai più con la sigla di Madre, ce lo si trova d'improvviso in un vicoletto di Via Duomo, in pieno centro storico, a Napoli. E' una struttura insolita, non tanto per l'organizzazione spaziale, tipica del museo, ma per il modo in cui stride potentemente con la realtà circostante. Tra le case diroccate, i terrazzi abusivi, le impalcature sbilenche, si entra in questo piccolo tempio dell'arte che, tra i tanti pezzi in mostra, ha deciso di ospitare, dal 16 dicembre al 9 Aprile, una retrospettiva su Fausto Melotti (1901-1986 ). All'esposizione si accede in punta di piedi , trattenendo il respiro. C'è qui una vasta produzione dell'artista trentino che nel corso della vita sembra non aver fatto altro che sperimentare e sperimentare ancora, tanto da aver realizzato un discorso personalissimo, uno stile sempre contemporaneo, fresco e ancora oggi attuale. Melotti è sì un uomo del suo tempo, vicino a Giacometti o Fontana o, ancora, Calder, ma si è spogliato di determinate imposizioni per esplorare gli spazi dell'intimità e delle sonorità concettuali, dove la musica, di cui era grande conoscitore, diventa pensiero, idea. (Nella foto, I Sette Savi di Atene)
Milano -Attraverso l'utilizzo di gessi, legni e metalli, la sua ricerca indaga la materia, le sue potenzialità di riconfigurazione spaziale e di visualizzazione del passaggio del tempo. Al tempo alludono infatti le scansioni ritmiche delle opere metalliche bidimensionali, ma soprattutto il legno combusto, impiegato in molte realizzazioni. Le bruciature, di burriana memoria, trasformano, il legno in un fossile, accelerando il naturale processo che nei secoli lo muta in carbone e imprimendo in esso un sapore archetipico e depositario di memoria arcaica. L'artista procede verso l'essenzialità della forma e del colore che libera il materiale dalla sua connotazione estetica o l'oggetto dalla sua funzione, in questo modo la scultura si carica di significati simbolici che ne accentuano il carattere totemico. Ospite del terzo appuntamento de I Martedì Critici al Museo Pecci di Milano è Nunzio, uno dei massimi interpreti della scultura contemporanea italiana degli ultimi trent'anni. Di origine abruzzese, Nunzio è stato allievo di Toti Scialoja all'Accademia di Belle Arti di Roma, città nella quale si è formato artisticamente e dove tuttora ha studio presso l'ex pastificio Cerere, uno dei luoghi simbolo del fermento artistico nella Capitale dalla fine degli anni Ottanta. Nel corso di oltre trent'anni di ricerca, ha ottenuto un grande successo in Italia e all'estero e ricevuto vari riconoscimenti, tra i quali il Premio 2000 come miglior giovane artista alla Biennale di Venezia del 1986 e il Prize for Excellence alla seconda edizione della Biennale di Fujisankei in Giappone nel 1995.
Basilea - Nacque il giorno di Natale "rovinando la festa a tutti". Ricordava: "Mentre erano intenti a gustare ostriche e champagne, ecco che arrivo io. Mi piantarono in asso. Oggi riesco a raffigurarmi quell'evento ridicolo............non accuso nessuno. E' quindi un senso di sconfitta quello che motiva il mio lavoro, una volontà di rimediare al danno che è stato fatto...non di paura, ma del trauma dell'abbandono". Di quel trauma Louise Bourgeois ne fece sculture perchè, come spesso ripeteva, aveva scelto "l'arte piuttosto che la vita".
I giganteschi ragni di acciaio li associava a sua madre, perchè "il ragno è un animale che va a intrappolarsi negli angoli, gli angoli gli danno sicurezza. Ma lei non è intrappolata, anzi, cerca di intrappolare gli altri."
La sua arte è come un dialogo interiore, ma forte quel tanto che basta per essere udito.
"Tempo - Tempo vissuto, tempo dimenticato, tempo condiviso. Che cosa infligge il tempo - polvere e disgregazione ? I miei ricordi mi aiutano a vivere il presente e io desidero che sopravvivano. Sono prigioniera delle mie emozioni. Devi raccontare la tua storia e poi devi dimenticarla. Dimentichi e perdoni. Questo ti rende libera." La Fondazione Beyeler presenta dal 4 settembre un omaggio ad una delle artiste più autorevoli del nostro tempo.Una ventina di opere che toccano alcuni dei temi centrali della sua ricerca artistica: il confronto con Leger e Giacometti, la riflessione autobiografica sui rapporti familiari, la trasposizione di emozioni positive e negative in oggetti d’arte.Prolifica, solitaria, indifferente alle mode e alle correnti artistiche, eppure di esse consapevole, ha seguito un suo percorso in cui la presenza ricorrente del corpo anticipa le opere di numerosi giovani sui quali esercita un'innegabile influenza. Un ruolo centrale nella mostra lo occupano 14 incisioni ad acquaforte, ognuna delle quali presenta l’incontro di due linee la cui struttura formale rimanda alla genesi di una trama che, composta da almeno due fili, può essere variata e moltiplicata all’infinito. Anche la storia appare infatti simile a una trama tessuta col filo del ricordo. L’immagine del tessere la trama e l’idea ad essa collegata di un costante rinnovamento è stata esemplificata da Louise Bourgeois nella figura del ragno, che l’artista paragonò alla persona di sua madre. Una scultura della celebre serie Maman è esposta nel parco della Fondazione Beyeler.
Roma- Il “territorio Tumminello” è il giardino geometrico della visione, depurato da ogni ostacolo e portato nella condizione orizzontale di una immagine lampante, esposta fino al limite dell'impietosa esibizione. Esso implica un piano ampio per la visione, da cui è possibile spaziare impunemente con lo sguardo, fino a sorvegliare i confini ultimi, l'orizzonte oltre cui tramonta il sole e inizia il mare verticale del nulla, dove l'occhio affonda senza riuscire più a carpire altre notizie.
L'arte dunque è il gesto dell'artista che si applica a coltivare l’esercito dei suoi desideri, la sistemazione definitiva della torre di ogni controllo. Ma il controllo non significa anticipare la scena, riuscire a profetizzare il futuro, perché oltre, per definizione, non esiste che la persistente e ripetitiva distesa. La torre dello sguardo serve magari a fissarne meglio la posizione, a sollevare l'occhio tenendolo alto e fermo fino agli estremi confini, che poi significa l'infinita virtualità di una scultura che si fa figura.
La metamorfosi attende l'artista all'opera, assorbendolo nel desiderio di dare misura antropomorfica alla materia. Sergio Tumminello cerca stoicamente di misurare il proprio deserto, di raffigurare l'infinitezza mediante la possibilità di rappresentare la misura aurea della sua profondità. Perché esso esiste soltanto se l'artista riesce a indicare e a forzare i confini della sua estensione, a portare nella dimensione geometrica della prospettiva, dunque della visione esatta e incancellabile, lo spazio esistenziale e filosofico del suo miraggio.